Napoli, la cura, le donne. Breve storia del Museo delle Donne del Mediterraneo e del suo incontro con Curarti

Forse solo in tempi molto lontani, quando gli ospedali erano gestiti da ordini monastici maschili o anche da alcuni tra quelli femminili, e – situati in splendidi  monasteri ricchi di tesori di arte, di biblioteche piene di testi antichi spesso ancora  indecifrati accoglievano pellegrini e pellegrine- i luoghi di cura  erano anche luoghi “culturali”.

Allora le biblioteche, le opere d’arte delle chiese di quei monasteri, le farmacie con gli albarelli pieni di erbe officinali, oltre che la quiete, l’acqua pura di sorgenti miracolose che non mancavano mai, e la musica dei canti gregoriani, potevano davvero far passare tanti mali.

Forse questo quadro storico sarà anche un po’ troppo idilliaco, ma non è certamente esagerato considerare la straordinaria influenza che arte, bellezza e pace dell’anima possano influire molto positivamente su tanti tipi di malattie e di disagio. L’arte figurativa, quella musicale, la poesia, i grandi romanzi, la cura e la compagnia aiuteranno  a guarire. È questa l’idea che sta alla base del Progetto Cur’Arti, curare con l’arte[1].

Il progetto mira a far dialogare istituzioni oggi forse troppo separate, come gli ospedali, gli ambulatori, le scuole di psicoterapia da un lato e le università, le biblioteche, i musei, le associazioni culturali, i gruppi  musicali, i gruppi di lettori e lettrici, le associazioni di amanti dell’arte e del teatro dall’altro lato. Cur’Arti, che sta giustamente ricevendo tante adesioni, inizierà a portare avanti questo dialogo. Siamo, dunque, molto contenti che questa iniziativa, prima in Italia e potremmo dire “nel mondo” -perché, a parte il Canada, mai in nessun luogo si è avviato un progetto così grande- parta da Napoli.

Cur’Arti non sarà sola, molte altre associazioni la aiuteranno, ciascuna secondo un ambito particolare di azione. Molte anche sono le associazioni di donne, perché Napoli, come si sa, vanta anche un’antica tradizione ospedaliera, e molti di questi ospedali, hanno avuto una tradizione di cura “al femminile” che ha lasciato significative tracce nella memoria storica della città. Basterà qui ricordare Maria Lorenza Longo che era venuta col marito al seguito di Ferdinando il Cattolico che nel 1506 diede il via a quegli avvenimenti a tutti noti che si sarebbero conclusi con la dominazione spagnola. Eppure, che cosa fu capace di fare questa catalana a Napoli! Non solo fondare un ospedale come quello degli Incurabili (S. Maria del Popolo degli Incurabili), dove si curavano “ettici, idropici, infrancesati, piagati di fistole, cancari, pazzi et d’ogni altra sorte di morbo maligno et incurabili” e che intorno al 1535 manteneva seicento posti-letto, ma organizzare, con l’aiuto della sua discepola Maria Ayerba, anche altre istituzioni femminili che -offrendo un rifugio anche alle prostitute- fossero di supporto all’Ospedale[2].

Se poi ci domandiamo, più in generale, se funzionava questa rete di protezione e cura, se reggeva questo sistema di welfare femminile e religioso, se gli obiettivi sociali sorpassavano quelli costrittivi, non sappiamo, sappiamo però, e anche esempi come questi del passato ce lo ricordano, che Napoli ha sempre avuto, accanto a suoi grandi problemi, tante persone generose che hanno lasciato un segno della loro cura per la città. Per ora, rievocando un’antica espressione con cui per secoli è stata designata la città, non possiamo che augurarci che anche questo progetto Curarti possa contribuire a far rinascere l’antica immagine di quella “Napoli la Gentile” troppo presto dimenticata[3].

Dunque, forti anche del nostro passato, facendo tesoro di tante adesioni, ringraziando tutti e in particolare gli artisti che hanno donato tutte le opere che si presentano in questo Catalogo, speriamo che questo progetto si estenda sempre più e che questo Catalogo, che testimonia della generosità di tante persone, possa restare come un segno tangibile dell’impegno di tutti per curare davvero, curare con l’arte, i problemi delle le persone ma anche quelli, più generali, della nostra città.

Il Museo delle Donne del Mediterraneo Calmana, proprio per la sua vocazione iniziale che potremmo già dire declinata ab origine nel senso della cura, ha aderito subito a questo Progetto Cur’Arti.  Esso ha avuto il suo nucleo iniziale nell’ambito della Commissione ministeriale su Genere, generazione e culture delle differenze, nata con la prima Ministra italiana delle Pari Opportunità, Laura Balbo e poi con Katia Belillo (I e II Governo D’Alema e Governo Amato 21/10/1998 – 11/06/2001).

Di fronte ai tanti Musei delle Donne che stavano sorgendo in vari paesi d’Europa e del mondo tra gli ultimi anni del XX secolo e i primi del XXI[4], che tuttavia mostravano generalmente un appiattimento del concetto del femminile sull’unico versante del materno e dei lavori “femminili”, attestandosi su rappresentazioni piuttosto stereotipe dell’universo delle donne[5], o, viceversa, erano sostanzialmente dei centri di documentazione delle lotte emancipazioniste senza una vera strategia museale, all’interno della Commissione si decise, nell’ambito di una scelta molto innovativa, di declinare sia il concetto di pari opportunità[6], sia il concetto del femminile[7] anche sul versante storico e  su quello geografico “mediterraneo”. Erano i paesi mediterranei infatti quelli dove la diversità religiosa mostrava, proprio nel femminile, le sue punte più difficili e drammatiche, e dove le opportunità offerte a uomini e donne erano di certo assai più “impari” che non all’interno dell’Unione europea[8].

Il Progetto del Museo nasce già alla sua costituzione al centro di una rete di collegamenti che mira a ristabilire quei rapporti tra museo e territorio, museo e università, museo e mondo multimediale che non solo ne garantiscono una sua costante integrazione con gli apparati più diversi della società civile, ma che ne fanno anche un centro polivalente di alta formazione e di impiego di personale con diversi gradi di specializzazione che possa favorire l’appropriazione, da parte delle donne e degli uomini del nostro tempo, di un sapere femminile che si è stratificato nei secoli ma che rimane in larga misura sconosciuto al di fuori di ristretti ambiti specialistici. Perché, come è stato giustamente detto, il museo più che una celebrazione del sapere dovrebbe essere una sua riappropriazione[9].

Fanno dunque parte integrante del Progetto attività di insegnamento e ricerca, come attività volte a promuovere inclusione sociale e divulgazione di saperi legati soprattutto alla Storia delle Donne che l’adesione a Cur’Arti sicuramente potenzierà.

Il Mediterraneo non solo già dall’Ottocento era stato oggetto di celebri studi  sul femminile[10], ma mostrava una complessità e una diversità della condizione femminile attraversata dalla drammaticità delle diversità religiose tra cristiani ebrei e musulmani che necessitava di una ricerca volta a trovare elementi di forza “comuni” basati sul femminile. Del resto, la più recente ricerca aveva riscoperto una antica tradizione comune alla tre religioni monoteiste nate sulle diverse rive del Mediterraneo, che, narrando la storia della prima donna nata al mondo[11], avevano riportato alla luce un dibattito plurisecolare[12]. Si decise, quindi, di intitolare il Museo delle Donne del Mediterraneo a questo personaggio conosciuto soprattutto con il nome di “Calmana”, la cui storia è stata nei secoli enormemente diffusa, sia nella tradizione patristica occidentale-latina, sia in quella orientale greco-siriaca, sia, più in generale, in molti autori di epoca medievale e moderna dei paesi europei e mediterranei fino a Lord Byron, ma ora completamente dimenticata[13].

La nuova prospettiva mediterranea di una storia di lunga e lunghissima durata, nonché la complessità del femminile, così diversamente declinata nelle opposte sponde del Mediterraneo, richiedevano un approfondimento teorico con competenze molto diversificate che sfociasse in una Museologia rinnovata e in un programma di insegnamento che potesse formare nuove professionalità legate a questo progetto.

Con la caduta dei Governi D’Alema e Amato e lo scioglimento con il Governo Berlusconi della Commissione Ministeriale, fu fondata una “Associazione Museo delle Donne del Mediterraneo Calmana”, -accogliendo studiose e studiosi, artiste e artisti, donne e uomini interessati al progetto e di cui io mi onoro di essere la Presidente- ancorata a varie Università italiane, tra cui soprattutto l’Università degli Studi di Napoli “l’Orientale”, che offriva competenze specifiche di tipo linguistico-culturale europeo e Mediterraneo, e all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, che con la sua ampia rete, grazie al suo Segretario Generale (prof. Antonio Gargano) e alla prof.ssa Anna Heiz ha supportato l’organizzazione dei primi corsi di Museologia di genere e Storia delle Donne (in attachment il manifestino del Primo corso realizzato)  che hanno costituito una novità nel campo della Museologia e degli studi di genere[14].

A questi corsi, che hanno ricevuto il patrocinio da varie Università, sono state ammesse studentesse di diversa provenienza. Talune di esse hanno poi potuto utilmente  mettere in pratica re le competenze apprese nel corso della loro vita lavorativa presso Biblioteche o Musei.

Le Lezioni son state tenute da docenti, ricercatrici e dottori di ricerca provenienti dalle università di Napoli, Roma, Trieste, Vienna (Institute for Interdisciplinary Research and Continuing Education- Department Museology) e altri paesi, sempre  in lingua italiana.

Il virtuale e il femminile “strumenti” di arteterapia. Come il virtuale può aiutare a realizzare un Museo delle Donne che sappia “curare”

Di certo, uno dei problemi più importanti per costruire un Museo delle Donne che sappia essere anche un “Ambulatorio”, e organizzare tante associazioni che hanno aderito e che continueranno ad aderire al Progetto Cur’Arti, è tentare di sviluppare una “didattica museale” adattata alle diverse possibilità di fruizione, sfruttando tecniche e strumenti digitali per rendere più semplice e immediata la conoscenza del patrimonio culturale e anche attraverso modalità interattive diversificate.

Come si è accennato, uno dei problemi più importanti per costruire un Museo delle Donne è riuscire a realizzare un museo che non racconti soltanto aspetti parziali e limitati del femminile, come aspetti parziali della malattia e della cura, ma che inizi finalmente a mostrare, con un work in progress potenzialmente infinito, in tutta la sua ricchezza, l’apporto secolare che alla cura è venuto anche dalle Arti e dalle Scienze, dalla Letteratura e dalla Lettura-recitazione, dalla Filosofia e dalla Psicoanalisi, dalle Religioni e dalla loro tormentata diffusione, dalla Musica e dal grande patrimonio antropologico-culturale dei paesi del Mediterraneo e dell’Europa[16]. E tutto questo con uno sguardo di genere che sappia distinguere e valorizzare il femminile e che inizi finalmente a mostrare, con un work in progress potenzialmente infinito, in tutta la sua ricchezza, l’apporto secolare delle donne.

Compito difficile, ma forse non più impossibile per varie ragioni, da un lato per la rinnovata prospettiva storica della nostra epoca, frutto del fecondo incontro tra storia e antropologia che ha trasformato la ricerca aiutando anche la nascita della Storia sociale e della stessa Storia delle donne, e che ha concentrato, come mai prima, l’attenzione su quegli oggetti che molto ci possono dire della Storia delle donne[17]; da un altro lato perché la presenza sempre più massiccia del virtuale ha conferito enormi potenzialità  alla Museologia in genere, non solo dal punto di vista della didattica museale -diventata sempre più interattiva-  ma anche dal punto di vista teorico che sta trasformando il concetto stesso di Museo[18]. Compito difficilmente realizzabile, dunque, in un museo tradizionale, ma che può mostrare invece tutta la sua ricchezza in un Museo virtuale.

E tutto ciò, dunque, potrà certamente con vantaggio diventare strumento di “arteterapia” se mostrato e commentato in tanti luoghi di cura. Questo Museo virtuale, insomma, si arricchirà della raccolta di tutta la documentazione degli Eventi da Cur’Arti promossi, di tutte le mostre che si realizzeranno nei luoghi di cura, di tutte le letture che si faranno per portare la grande Letteratura negli ambulatori.

Due sono stati i principali percorsi metodologici che hanno guidato finora la nostra ricerca: innanzitutto tentare di comprendere in che misura il concetto di virtuale potesse diversificare e financo arricchire il concetto più generale di museo[19]; in secondo luogo tentare di approfondire, sotto il profilo storico, come e perché il femminile si sia dimostrato, fin dall’inizio dell’età moderna, una delle vie privilegiate attraverso cui l’arte è a poco a poco entrata sempre più profondamente nella vita reale, modificandola e “curandola”.

La ricerca, in sostanza, ha ruotato intorno al problema di come un museo, oggi, con tutte le potenzialità che il virtuale comporta, possa non solo rendere più fruibili i collegamenti con altri luoghi e altri tempi, ma soprattutto far comprendere meglio il ruolo che il fascino del femminile, con le sue “forme antiche che ritornano”  ha avuto nella nascita delle prime grandi collezioni rinascimentali e dunque nei musei moderni, in particolare in quelli più celebri di Roma, ma anche, più in generale, visto il ruolo svolto da Roma in età moderna, nel consolidarsi di un certo concetto di musealizzazione[20].

Se la riflessione critica novecentesca tende, infatti, soprattutto attraverso gli scritti di Aby Warburg, a sottolineare come l’elemento della “forma antica che ritorna” sia connesso al femminile[21], il virtuale oggi ci consente, per così dire, di provare questa affermazione e di costruire per la prima volta un museo dove questa forma antica -documentata attraverso oggetti esposti in un gran numero di musei e messa in relazione con testi scritti esistenti in biblioteche ed archivi- sia davvero essenzialmente e ripetutamente una “forma femminile”.

Per raccontare, dunque, in estrema sintesi l’evoluzione del Progetto Museo delle Donne, altra svolta significativa è stata quella realizzatasi con un’importante istituzione accademica, l’Università di Roma Tre, dove, con l’aiuto soprattutto all’inizio di Francesca Cantù, e successivamente di Stefano Andretta e di Manfredi Merluzzi, sono state realizzate da chi scrive le prime Sale virtuali  (Sala Mitologica, Sala delle Sante, Sala delle Tradizioni popolari, più alcune sale introduttive) che hanno portato alla costituzione, naturalmente ancora parziale, del  Primo Museo virtuale delle Donne in Italia.

Strettamente legate a queste svolte sul piano progettuale sono proseguite le varie attività sociali portate avanti dal Museo, con Università, Biblioteche e istituzioni varie come organizzazioni di Mostre storico-iconografiche (tra le più significative quelle de Le Antenate Dimenticate, in collaborazione con i Comuni di Procida (Napoli), Bacoli (Napoli) e Montefalcone (Benevento), i cui manifesti sono stati diffusi in italiano, inglese ed arabo), Presentazione di libri, Lezioni di Storia delle Donne, Proposte di ampliamento della toponomastica femminile con utilizzo di nomi legati ad antichi mestieri femminili e così via.

L’incontro tra il Museo delle Donne e Cur’Arti. Curare con la lettura: le Lectrices in Fabula

L’incontro con Cur’Arti  aiuterà un po’ tutte le Associazioni a potenziare ed estendere l’originario concetto di cura e di inclusione che tanti progetti avevano in nuce. E tante davvero sono le Istituzioni che hanno aderito a questo Progetto[22].

Così infatti è accaduto anche per il Museo delle Donne, per il quale l’incontro con Cur’Arti ha significato potenziare ed estendere l’originario concetto di cura e di inclusione che il nostro progetto aveva mostrato sin dall’inizio soprattutto verso alcune donne che provenivano da vari paesi del Mediterraneo sfuggendo, talvolta, alla guerra o alla fame, o spastatesi in Italia per motivi di studio o lavoro. Alcune di esse, provenienti dall’Egitto e dall’Algeria, che hanno aderito all’Associazione del Museo, hanno arricchito la nostra ricerca collaborando con traduzioni in arabo e in francese, con ricerche su tradizioni femminili talvolta totalmente sconosciute in Italia, con la donazione e/o l’acquisto di costumi tipici di quei paesi, che nell’allestimento della Sala per l’inaugurazione troveranno la giusta visibilità.

Anche la fondazione, avvenuta nell’isola Procida nel 2018 del gruppo delle Lectrices in Fabula, come un ramo del Museo delle Donne, coinvolgendo donne di diversa provenienza geografica, di varia appartenenza religiosa e di diversificato ambito sociale e culturale, ha contribuito a “curare” molti disagi psicologici e a includere nel magico cerchio della narrazione di mondi lontani gruppi di persone sempre più ampi (in attachment due tra i primi manifesti dove sono nominate le Lectrices in Fabula intero e dettaglio).

E certamente proprio questi eventi di lettura pubblica, ripetuti nei luoghi di cura secondo programmi stabiliti in accordo con Cur’Arti, non potranno che dare più forza, alle Lectrices.

Questo gruppo, fondato da chi scrive, nasce richiamandosi anche nel nome al noto libro di Umberto Eco Lector in fabula[23] e  ne interpreta la tesi volgendola al femminile. Se è vero, infatti, che il lettore, come il lupo della favola, si presenta “nella” favola, vale dunque a modificarla con la sua lettura, ancor più vero è che nei secoli sono state soprattutto le donne, le lectrices, che hanno quasi sempre letto  -a parte le note eccezioni-  testi scritti da uomini per uomini, dunque modificandoli e adattandoli con il loro sguardo femminile.

Le Lectrices in fabula sono nate con lo scopo di diffondere la lettura, in un’epoca che è stata detta di analfabetismo di ritorno, in cui sempre più persone scrivono, ma poche leggono, pochissime leggono più di un libro l’anno. Dunque diffondere la lettura e soprattutto la lettura a voce alta, che per secoli, come si sa, è stata l’unica forma di lettura, e che gode di quelle doti della socialità e della capacità “reale” di inclusione sociale che la lettura silenziosa possiede solo in senso metaforico.

Leggere insieme rafforza l’identità del gruppo, conferendo ad esso una finalità di trasmissione del sapere non disgiunta dal complesso dei sentimenti che a quel sapere si legano, e che tendono a trasformare la moralità del singolo in eticità, in un passaggio che si allarga sino ad includere tutte le persone che ascoltano. Le Lectrices leggeranno con tutte le altre associazioni, nelle occasioni più diverse, nei luoghi più vari, alle Mostre, alle feste, nelle biblioteche, negli ospedali, nei paesi, nelle città; nelle scuole, nei teatri e nelle piazze. Leggono per chi non sa leggere, per chi non può leggere, per i bambini, per le persone anziane, per chi ama ascoltare. Leggono in gruppo, leggono per farsi ascoltare da gruppi più o meno numerosi di persone.

Le Lectrices in Fabula, in tacita polemica con i sempre più numerosi Premi di scrittura, sovente volti a scopi di mercato per promuovere la vendita di libri sempre nuovi di questa o quella casa editrice, promuovono invece un Premio di Lettura. Un Premio svincolato da ogni mercato, da ogni promozione di nuovi libri, e orientato a privilegiare, nelle singole occasioni di lettura privata e pubblica, come nelle presentazioni, soprattutto i libri antichi e “vecchi”, che riempiono le biblioteche, e che ancora pochi conoscono. Le Lectrices vogliono leggere tanti libri “che non si devono acquistare” perché sono fuori mercato, ma che oggi, anche con la digitalizzazione, sono a disposizioni di tutti. È anche per questo che Le Lectrices, con tutto il Museo delle Donne, hanno aderito subito al progetto Cur’Arti.

La nostra più autentica speranza è che l’adesione del nostro Museo delle Donne del Mediterraneo a questo grande progetto possa aiutarci a diffondere sempre più la ricerca sulle donne e la loro storia che da molti anni portiamo avanti, sia nei vari paesi d’Europa, sia in quelli dell’altra sponda del Mediterraneo. E soprattutto speriamo che l’adesione di tante associazioni, la sinergia di tante Istituzioni possa davvero cambiare la reale situazione di “imparità” e di esclusione che ancora affligge tante donne nel mondo, portando in tutti i paesi la nostra “arte che cura” e da tutti i paesi traendo a Napoli tutte le forme d’arte  “curative” che essi praticano da sempre.

Gea Palumbo

[1] La presentazione del Progetto Cur’Arti è stata pubblicata sul quotidiano “Il Mattino”, sezione sanità, del 24 dicembre 2019.

[2] G. Palumbo, Luoghi della memoria a Napoli: gli istituti religiosi femminili,  in “Archivio per la Storia delle Donne” IV (2007), pp. 277-283.

[3] Su Napoli “la Gentile”, attestata già nel Quattrocento con Alfonso il Magnanimo, G. Galasso, Napoli capitale: identità politica e identità cittadina. Studi e ricerche 1266-1860, Napoli, Electa 1998.

[4] Per  fornire un’idea dell’estensione della realtà dei Musei delle Donne, si può ricordare che sono più di 70 quelli esistenti nel mondo. Tra i primi ad essere organizzati: 16 nel continente americano (14 negli Stati Uniti, 1 in Argentina e 1 in Cile), ne esistono 16 in Europa, con 4 in Germania, 2 in Austria, 2 in Olanda, 2 in Svezia, 1 in Danimarca, 1 in Francia, 1 in Norvegia, 1 in Romania, 1 in Spagna, e un unico, piccolo in Italia (a Merano), oltre quelli in Cina, India, Giappone, Mali, Senegal, Sudan, Vietnam etc. Sui vari Musei delle Donne già esistenti, si può vedere il catalogo che ha accompagnato il congresso di Bonn Frauenmuseen Weltweit, a cura di Bettina Bab et aliae, Bonn 2009.

[5]  Cfr. soprattutto G. Kavanagh, Looking for ourselves, inside and outside museums, in “Gender and History”, 6, 3 (1994); G. Porter, Gender bias: representation of work in history museum, in A. Carruthers (a cura di), Bias in Museum, Museum Professional Group Transaction (1987), 22.

[6] G. Palumbo, Per una storia delle Pari Opportunità annotazioni su Kairòs e Occasio, in Le parole delle Pari Opportunità, “Adultità”, 2, 1999, con il patrocinio del Ministero per le Pari Opportunità, a cura del Ministro Laura Balbo, pp. 109-131.

[7] La riflessione si soffermò anche sul fatto che la Storia delle donne ormai aveva raggiunto  un corpus di saperi di alta specializzazione e insieme di grande spessore culturale e che insegnamenti di Storia delle donne si andavano istituendo in varie università italiane e, trai primi, quello nell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

[8] G. Palumbo, Género, religión y etnias. Un proyecto para el Museo de las mujeres del Mediterráneo, in Estudios de género y filología: perspectivas y herramientas de análisis , in «Philologia Hispalensis»  (2003), XVII/2, pp. 115-126

[9] L. Basso Peressut (a cura di), I Luoghi del Museo. Tipo e forma fra tradizione e innovazione, Editori Riuniti, Roma 1985.

[10] J. Jakob Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, 2 voll., a cura di Giulio Schiavoni, trad. it. Torino, Einaudi 1988, (ed. orig. Das Mutterrecht  (1861). Sul Mediterraneo e la lunga durata, il classico F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, tr. it. Torino, Einaudi 1986 (ed. or. 1949).

[11] Eva, sia per la Bibbia ebraico-cristiana, sia per il Corano è stata creata già adulta dalla costola di Adamo, non è  dunque “nata”.

[12] Per la ricostruzione di questa storia e del dibattito culturale che l’ha accompagnata nei secoli cfr. G. Palumbo, L’archetipo oscuro e dimenticato della sorella: Calmana, sorella di Caino, in “Quaderni storici”, 87, dicembre 1994, pp. 669-700; Ead., Tra storia e letteratura: note su Calmana, primo personaggio femminile. Le fonti di età moderna, in Il personaggio in letteratura, a cura di Maria Teresa Chialant, ESI, Napoli 2004, pp. 29-51.

[13]  Questa ricostruzione è stata anche oggetto di una serie di mostre: Le antenate Dimenticate sulle quali cfr. infra.

[14] Sull’accentuazione filosofico-progettualistica della Museologia, come sull’accezione tecnico-pratica della museografia moderna, cfr. I. Arestizabal, A. Piva, Musei in trasformazione. Prospettive della Museologia e della Museografia, Milano, Mazzotta 1991

[15] F. Barrella, Cur’Arti… in corso di pubblicazione.

[16] Per una prima introduzione a questi temi si può vedere, su questa piattaforma, G. Palumbo, Cur’Arti. La cura e il segno. La parola, l’immagine, la memoria, il racconto.

[17] G. Palumbo, Museologia di genere e storia delle donne. Gli oggetti che provano la storia, in “Scritture di storia” dicembre 2012, pp. 427-444; Ead., Museologia di genere. Il femminile alle origini del museo moderno. Qualche annotazione, in “Faro di Roma”, giugno 2020.

[18] Si veda, su questo punto G. Palumbo, Museologia di genere virtuale. Un nuovo approccio per una nuova Museologia in Boletín Icom -España: Arqueología de Género y Museos de Arqueología: Relatos, Recursos y Experiencias, a cura di Isabel Izquierdo, Clara López Ruiz y Lourdes Prados, 2014, Segundo Semestre.

[19]  G. Palumbo, Il virtuale come esegesi. Dal Razionale di Guglielmo Durando alle strutture del Museo delle donne, in “Faro di Roma”, giugno 2020

[20] G. Palumbo,  Museologia di genere. Il femminile alle origini del museo moderno cit.

[21]S. Calabrese, S. Uboldi (a cura di), Aby Warburg. Immagini permanenti. Saggi su arte e divinazione, Bologna, Archetipo libri 2012. Per comprendere meglio questo tema può essere utile anche G. Didi-Huberman, L’immagine insepolta. Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e la storia dell’arte, trad. di Alessandro Serra, Bollati Boringhieri 2006. L’autore ripensa Aby Warburg attraverso i saperi che Warburg  per primo utilizzò da un punto di vista storico-artistico: filosofia, antropologia, psicoanalisi.

[22]Si possono qui ricordare almeno i nomi della prime istituzioni che hanno aderito a questo progetto : Azienza Ospedaliera ASL NA 2; Azienda Ospedaliera “Ospedali dei Colli”, Ospedale C.T.O. di Napoli, Ospedale “Cotugno” di Napoli, Ospedale “Monaldi” di Napoli, Università degli Studi di Roma Quattro ”Foro Italico”, Polo Museale Campano: Museo dell’Antica Capua, Anfiteatro e Mitreo, Palazzo Reale di Napoli, Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli, Pio Monte della Misericordia, MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Parco Archeologico Paestum e Parco Archeologico di Velia, Parco Archeologico di Satricum (Latina), Accademia Vitale Giordano Puglia, Scuola Comix Napoli, Associazione culturale “Stella Maris”, Scuola di arte-terapia Antroposofica di Bologna, Associazione Guide Flegree, Casa delle Arti Antroposifiche “La Fenice” di Napoli…

[23] U. Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani 1979.