La creazione  del Museo-Ambulatorio delle Donne ha una duplice valenza culturale e terapeutica, l’idea nasce dal progetto promosso da Cu’Arti: “La Tela della Grande Madre”, una rete innovativa network delle Donne del Mediterraneo, fra crescita culturale ed inclusione sociale.

Il progetto consiste nella creazione di un’architettura territoriale visibile e invisibile, resistente e flessibile, quasi una ragnatela –che unisca musei delle Donne con sedi in luoghi posti lungo le coste del Mediterraneo, per la valorizzazione e la salvaguardia del patrimonio culturale materiale e immateriale legato all’archetipo del femminino, alla vita, alla cultura, al pensiero delle donne in un percorso di rigore scientifico quanto attento all’inclusione sociale, e nel rispetto della diversità culturale.

La Convenzione del 2005 UNESCO nel sottolineare l’importanza della cultura quale strumento di coesione sociale, evidenzia in particolare il contributo della stessa al miglioramento dello status e del ruolo delle donne nella società.

Il Museo diventa dunque anche un viaggio alla riscoperta dell’identità culturale. Una possibilità di rievocazione di una storia negata, un riscatto di emancipazione di un femminino che è stato affiancato ad un concetto di uguaglianza solo in epoca moderna. Lo stesso Aristotele parlava di un significante astratto, in quanto il problema non si poneva in essere: non si era uguali. Consideriamo che la prima donna pittrice entrata nella prestigiosa Accademia delle Arti e del Disegno, fondata nel 1563 da Cosimo I dei Medici che ebbe come primo maestro il grande Michelangelo Buonarroti, fu Artemisia Gentileschi, che vi entrò solo nel 1614-15, con il dipinto commissionatole da Michelangelo il Giovane, Allegoria all’Inclinazione, un autoritratto la cui nudità fu sottoposta a censura. Lionardo Bonarroti negli anni successivi fece dipingere un drappeggio azzurro perché venissero coperti gli attributi sensuali della donna.

Il Museo viene inteso come opportunità per il miglioramento del ruolo dello status sociale delle donne nella società:

“Sottolineando l’importanza della cultura quale strumento di coesione sociale in generale e, in particolare, il contributo da lei (la donna)  fornito al miglioramento dello status e del ruolo delle donne nella società”

(Convenzione sulla Protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, Parigi, 20 ottobre 2005)

La Convenzione suddetta del 2005 UNESCO sottolinea l’importanza della cultura quale strumento di coesione sociale, in particolare il contributo fornito dalle donne al miglioramento dello status e del ruolo delle donne nella società. Il patrimonio culturale legato al significato dell’archetipo femminile, nel suo divenire storico, nel suo flusso incessante, è stato invalidato nella sua espressione da vicissitudini sociali e politiche, religiose. L’obiettivo del Museo delle donne è quello di restituire alla società il “sapere” femminile, misconosciuto e denigrato nel tempo. Gli oggetti delle collezioni proposte rievocano la necessità spirituale dell’espressione del sé femminile, del proprio vissuto esistenziale, tenuto, nel corso della storia, celato e talvolta occultato. Il contributo è quello di restituire alle donne la voce delle loro antenate, in una riconciliazione con la propria memoria storica, ed agli uomini un sapere femminile che si integra con quello tramandato come maschile.

Integrante è il concetto di collezionismo femminile, di cui emergono diverse figure di donne che nell’arco di 500 anni hanno dato un contributo rilevante alla museologia internazionale.

Furono intraprendenti predatrici di opere d’arte, accomunate da pulsioni passionali volte anche ad un desiderio di emancipazione: Isabella d’Este, Anna Luisa de Medici, Isabella Stewart Gardner che scoprì Picasso, Gertrude Stein, Peggy Guggenheim.
Ludovico Ariosto descrisse Isabella d’Este come “la liberale e magnanima, saggia e pudica”, reggente del marchesato di Mantova, fu la più famosa mecenate e collezionista del Rinascimento, committente di grandi artisti, quali Mantegna, Perugino, Tiziano, Leonardo da Vinci, parte dei quali lavorarono nella realizzazione del suo studiolo.

Straordinaria fu l’impresa di Maria Luisa de Medici, ultima rappresentante della casata de Medici, che nel 1737 stipulò il Patto di Famiglia con gli Asburgo-Lorena di Toscana, una formula testamentaria che assicurava in maniera irremovibile nel tempo allo Stato di Firenze la grandissima collezione artistica che apparteneva alla  famiglia.

La Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003 promossa dall’UNESCO, definisce il patrimonio immateriale come “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il Know- how- come pure gli strumenti gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi, che le comunità, i gruppi e gli individui riconoscono come loro patrimonio culturale. Il patrimonio viene trasmesso di generazione in generazione ed è costantemente ricreato dalla comunità, dandone un senso di identità e di continuità, promovendo la diversità culturale”[1].

Saperi, tradizioni, artigianato, oralità, riti, sono ancestralmente legati al vissuto esistenziale delle donne nel corso della storia, il cui ruolo è stato spesso relegato al lavoro manuale. Di recente si è inoltrata la proposta della candidatura a patrimonio Culturale immateriale, del lavoro delle donne, che costituisce una importante risorsa culturale per la costruzione di identità, memoria e appartenenza sociale. In Italia la partecipazione al lavoro delle donne rimane tra le più basse in Europa.

Art. 7 bis del Codice “Espressioni di identità culturale collettiva”

(articolo introdotto dall’articolo 1 del d.lgs. n. 62 del 2008)

Le espressioni e le identità culturali collettive contemplate dalle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e per la protezione e la promozione delle diversità culturali, adottate a Parigi, rispettivamente, il 3 novembre 2003 ed il 20 ottobre 2005, sono assoggettabili alle disposizioni del presente codice qualora siano rappresentate da testimonianze materiali e sussistano i presupposti e le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 10.

Obiettivo fondamentale del nostro progetto è contribuire a restituire alle generazioni il patrimonio culturale immateriale storico del femminino, e al tempo stesso costruire dei laboratori attivi di riabilitazione all’interno del museo perché si possa offrire la possibilità della ri-creazione, la ri-evoluzione, del patrimonio, in un concetto dinamico di evolutività, nella libera espressione. Inoltre l’idea di produzioni artistiche itineranti, che viaggiano tra le diverse sedi dei paesi della rete network, nel contribuire alla promozione della diversità culturale, crea uno scambio dinamico tra diverse tradizioni culturali, un confronto cioè di conoscenze ed espressioni artistiche di nuovi contesti culturali che vanno ad integrarsi e rigenerarsi a compimento del concetto di interculturalità.

La diversità culturale rappresenta un patrimonio comune dell’umanità e deve essere valorizzata e salvaguardata perché crea un mondo prospero ed eterogeneo, lo sviluppo sostenibile delle comunità, dei popoli e delle nazioni. La diversità culturale viene generata in contesti di democrazia, tolleranza, giustizia sociale, e rispetto reciproco tra culture e popoli diversi; è un fattore indispensabile per garantire pace e sicurezza, sul piano locale, nazionale ed internazionale, e genera la piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali proclamati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il nostro progetto interviene a riguardo in quanto, stimolando la creazione di una rete logistica di cooperazione internazionale, contribuisce a favorire l’accesso alla fruibilità delle diverse espressioni artistiche, attraverso un collegamento mediatico fra le diverse sedi istituite nei  paesi che confinano con il Mediterraneo, soprattutto a sostegno di quei paesi che hanno difficoltà nella creazione di spazi per l’allestimento del museo, e nell’accesso alla fruibilità e alla valorizzazione dello stesso.

Dunque il Museo può divenire un luogo di affermazione della diversità culturale e cooperazione dei popoli: La Dichiarazione del Millennio dell’ONU (2000), parla di “sradicamento della povertà per gruppi minoritari e popolazioni autoctone” dei paesi in via di sviluppo, in sostegno all’affermazione del principio di solidarietà e di cooperazioni internazionali (4 principio Convenzione protezione e promozione diversità culturale 2005 Parigi) che predispone attraverso la suddetta cooperazione ad istituire ed ottimizzare gli strumenti necessari alla loro espressione culturale.

 

 

 

  1. Il Museo-ambulatorio: dal progetto culturale alla riabilitazione

 

La rievocazione antropologica dei culti femminili legati all’archetipo della Dea e del femminino sacro è il presupposto per restituire alla storia  il “sapere delle donne” inteso come  espressione e identità culturale collettiva dell’archetipo del femminino, della vita, della cultura, del pensiero delle donne essenziale per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale ed  materiale dell’umanità.

Secondo l’archeologa Marija Gimbutas il culto della Dea affonda le sue radici nel Paleolitico per affermarsi pienamente nel Neolitico (7000 – 3500 a. C)[2].                                                                                                                                                                  Le civiltà matriarcali erano fortemente legate al culto della terra e ritenute egualitarie e non violente. Il potere della Magna Mater governava nel segno della luna e controllava sia le maree che il crescere e il calare della vita, il ciclo di morte e rinascita.

Dea madre primigenia della terra, Gea, emersa dagli inizi del tutto informe, dal vuoto, dal caos così: “Prima tra tutti gli Dei, nella preghiera, vennero la Terra, primitiva veggente”.

L’“eterno femminino immortale ” e dai mille volti vive nell’anima come immagine interiore, che agisce nella psiche umana, come archetipo (Neumann)[3].

L’archetipo emerge nei miti, nei riti, nei simboli dell’umanità primitiva, così come nei nostri sogni, nelle nostre fantasie, nelle nostre visioni.

La psicologia analitica junghiana identifica le componenti emotive e il simbolismo dell’archetipo finalizzando un percorso terapeutico di guarigione[4].

L’effetto che scaturisce dall’archetipo, si estrinseca nei processi energetici all’interno dell’inconscio e tra inconscio e coscienza. L’archetipo della Dea è eternamente presente nell’inconscio collettivo, cioè universalmente umano, può apparire nella teologia egizia (la magnifica Iside, la feconda Hator), nella teologia mediorientale (Inanna dal Cuore Immenso, Ishtar, Dea Siria, La Cibele), nei misteri ellenistici (Misteri Eleusini di Demetra…riti di fecondità di Afrodite…), sia nel simbolismo cristiano (Vergine madre generatrice col bambino in grembo) così come lo troviamo nelle visioni di un malato di mente del nostro tempo.

La Grande Madre è la realtà di un femminino onnipotente luminoso connaturato nella psiche dell’uomo e della donna di tutte le epoche.

Riconciliarci con il nostro femminino sacro significa innescare un processo di autoguarigione che parte dall’accettazione della nostra ambivalenza, cioè del bene e del male che opera in noi. La psicologia del femminino è strettamente connessa con gli studi sull’archetipo del femminino di Carl G. Jung.

Secondo Vouter Hanegraaff, Jung contribuì ad una sacralizzazione della psicologia. Se la psiche è mente ed anche Dio è mente allora mettere in discussione l’una significa mettere in discussione l’altro. La psicologia è il mito moderno e la fede si può comprendere solo mediante tale mito poiché in ogni essere vivente è presente una divinità essenziale un “Dio interiore”. L’armonia fra mondo interiore ed esteriore sta nell’inconscio collettivo[5].

Se Platone e Aristotele formularono tra i primi una prova sull’esistenza di Dio che il secondo chiamò un “motore immobile”, nel Pimandro Ermete Trismegisto ammoniva “Chi possiede l’intelletto riconosca se stesso come mortale”[6]. E fu proprio dalla traduzione dei loro testi che nacque il neoplatonismo, nella pulsione estatica del Dio di Plotino.

E Kant nella Critica della Ragion pratica farà di Dio un postulato o assioma dell’agire etico, ossia la condizione moralmente necessaria che dia un senso alla legge morale Realtà o illusione? E dove ci conduce?[7].

In Foscolo l’approccio al divino era un’illusione beata, e la fede è la fede nelle illusioni: “Beati gli antichi che si credevano degni di baci delle immortali Dee del cielo, che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie e che trovavano il bello e il vero accarezzando gli idoli della loro fantasia! Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore e nella rigida e noiosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire io lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele”[8].

La Fede in un Dio o nella natura, la spiritualità dunque che sia illusione o realtà ci guarisce, per Jung La vera terapia consiste nell’approccio al divino, più si raggiunge l’esperienza del divino, più si è liberati dalla maledizione della malattia

Ma come ci si approccia al divino?

La vista di Dio in una donna è la più perfetta di tutte” rivelava il grande filosofo poeta mistico arabo Ibn Arabi[9].

Il femminino ci trasforma. Il femminino è cura. È la Donna Angelo degli stilnovisti, Fedeli d’amore ne hanno cantato lodi, intessuto sublimi odi, rime d’amor dolci e leggiadre: “Chi è questa che ven c’ognom la mira”, invocava Cavalcanti[10].

“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia e par che sia una cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrar” sospirava Dante nella Vita Nova[11]. Solo attraverso la visione del femminino, di Beatrice, Dante approda alla visione di Dio. È la donna spirito guida, la dimora di Dio, la shekinah ebraica, la Isha biblica, la shakti indiana intesa come personificazione del potere creativo femminile come energia primordiale creatrice, perché gli Dei senza di Lei sono inesistenti.

Lei…quel femminino eterno ed immortale, è il un narciso della pianura di Saron, un giglio delle valli del Cantico dei Cantici[12]. Lei è l’ineffabile Sapienza, esimia Sophia, anima della vergine e purezza ineffabile.

Ibn Arabi: “Lei è il misericordioso soffio di Dio, la dimora di Dio perché dov’era il vostro Signore prima di creare la Creazione? Era in una nuvola, non c’era spazio sopra o sotto e la nuvole era lei la saggezza”[13].

Sophia ci guarisce. Il lato femminile o materno dell’atto creativo è la natura universale della Sophia.

Il processo di guarigione dentro di noi si configura come una ricongiunzione e riconciliazione fra maschile e femminile in ciascuno di noi. La riconciliazione fra animus e anima (Neumann): “Oh mio amato fammi abbeverare alle mie stesse fonti che inondano gli argini del tuo animo, e nello specchio dei tuoi occhi vedrai riflessa l’immagine della tua anima. Le nostre ombre si fondono nel mistero della compenetrazione dei corpi. Che io possa riconciliarmi con me stessa nel riconoscermi in te stesso”.

Il libro dello Zohar, il Libro dello Splendore, il più importante testo profetico ebraico che ha ispirato la Cabbalah, rivela: ”Quand’è che l’uomo in perfetta santità realizza l’uno, Egli (Dio) è in quest’uno…quando uomini e donne sono intimamente congiunti…chi non ha preso una donna è solo un uomo a metà”.

Sono le Nozze Sacre, lo Sposalizio Mistico del Cantico dei Cantici, libro sapienziale della Bibbia,  espressione più sublime dell’eros, la danza della spada ebraica, è la danza del Cantico, dove Lei l’angelo del risveglio, imprime moto all’unica danza cosmica concepibile per amore e psiche, per animus e animo. Il Cantico dei Cantici è il simbolo della misteriosa congiunzione fra l’anima e la sapienza, fra lo spirito individuale e quello universale.

Rudolf Steiner fondatore dell’antroposofia profetizzava: ”Andiamo incontro a tempi in cui si saprà di nuovo realmente vedere in che modo lo spirito opera sulla terra: l’eterno femminile ci guiderà verso l’alto Iside, Maria, Beatrice, i volti immortali dell’anima[14]. Quasi un ritorno alle quelle civiltà matriarcali egualitarie e non violente

di cui parlavamo…

La natura ci distrugge e noi distruggiamo la natura, quella dentro e fuori di noi. La malattia è un conflitto tra uomo e natura.

Invocava Pablo Neruda: “Pietra fui: pietra oscura, irriducibile, fredda, e fu violenta la separazione…voglio tornare a quella certezza al riposo centrale, alla matrice della pietra materna, da dove non so come né quando mi staccarono per disgregarmi”[15].

  1. Winnicott affermava che la disponibilità materna costituisce il patrimonio ereditario più prezioso agli effetti della conservazione della specie umana. Nel conflitto madre-figlio risiede il conflitto uomo-natura[16].

 

Riconciliarsi con la Madre, con il femminino, innesca un processo di guarigione, ed è su questi presupposti che viene impostata la nostra tecnica di riabilitazione, attraverso l’utilizzo dell’arteterapia, atta al miglioramento delle performances cognitive e psicofisiche di persone affette da nevrosi, psicosi, disturbo depressivo maggiore e minore, disturbo post-traumatico da stress, dipendenze alcool-droga e gioco d’azzardo e in bambini affetti da Sindrome di Down, autistica ed Asperger… Le statistiche epidemiologiche di successo sono davvero significative considerando che si tratta della proposta di una terapia complementare ed integrativa alla terapia farmacologica. Un’attenzione particolare quale necessaria integrazione al percorso terapeutico, è rivolta al coinvolgimento dei familiari, attraverso interventi “psicoeducativi familiari”, che saranno parte attiva nel migliorare la resa del rendimento terapeutico e nel rendersi abili nella programmazione del percorso di riabilitazione anche in ambito privato al di fuori della struttura di accoglienza. La finalità del percorso terapeutico è riabilitativo e mira alla riacquisizione nel paziente di tutte quelle abilità che gli permettono di ripristinare un ruolo attivo all’interno della società, ai fini di un reinserimento nella comunità.

 

 

 

[1] La Conferenza generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione la Scienza  e la Cultura, riunitasi a Parigi nell’Ottobre del 2005, rilascia La Convenzione sulla Protezione e la Promozione della diversità delle espressioni culturali, affermando che la diversità culturale è una caratteristica inerente all’umanità.

[2] Su Marija Gimbutas (1921 – 19949), famosa archeologa lituana, si veda soprattutto il si veda soprattutto il suo The Goddesses and Gods of Old Europe Londra, Thames & Hudson,1974, 303 tr. it. Le dee e gli dei dell’antica Europa, Viterbo, Stampa Alternativa, 2016.

[3] E. Neumann, La Grande Madre, Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio, Ed. Astrolabio, Roma, 1981,

[4]  C. Gustav Jung, L’archetipo della Madre, tr. it Torino, Bollati Boringhieri 1981.

[5]Su Wouter Hannegraff,  LA PSICOLOGIA JUNGHIANA E LA RIVOLUZIONE SPIRITUALE IN UN MONDO CHE AMA PAPA WOJTYLA (psicologia-dinamica.it) http://www.vatican.va/roman_curia/  pontifical_councils/interelg/documents/  rc_pc_interelg_doc_20030203_new-age_it.html.

[6]“… Tutti gli esseri viventi, che erano al tempo stesso  di natura maschile e femminile … si divisero in due e divennero in parte maschili, in parte femminili. Immediatamente Dio, con un santo discorso  disse loro: Crescete accrescendovi, e moltiplicatevi… chi possiede l’intelletto riconosca se stesso come immortale” www.Ermete-Trismegisto-Corpus-Hermeticum-libri-I-XVIII.pdf.

[7] E. Kant, Critica della Ragion Pura, tr. it Roma-Bari Laterza 2005.

[8] U. Foscolo, Ultime Lettere di Iacopo Ortis…, Colli Euganei, 15 Maggio 1798.  

[9] [9] Idries Shah, I Sufi.  La tradizione spirituale del sufismo, Roma, ed. Mediterranee, 2004, p. 135.

[10] G. Cavalcanti, The Oxford book of Italian verseXIIIth Century – XIXth Century, Oxford, Clarendon Press 1910

[11] D. Alighieri, Vita Nova, cap. XXVI.

[12] Bibbia, Cantico dei cantici, II, 1, 2.

[13] Cfr. https://www.centrostudilaruna.it/islam-e-femminino-sacro-una-relazione-nascosta.html

[14]R. Steiner,  L’eterno femminile. Iside, Maria, Beatrice: volti immortali dell’anima umana, Archiati Verlag  2017.

[15] P. Neruda, Pietre del cielo, Passigli, Firenze  2004.

[16] Cfr. D.W.Winnicott , I bambini e le loro madri, Milano, Raffaello Cortina, 1987.